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L’arte in Senavra

Nella Parrocchia della Senavra ci sono anche opere significative dal punto di vista artistico.
La collocazione nella chiesa non è casuale, in quanto luogo che apre i fedeli al mistero, la disposizione vuole evidenziare due percorsi che si sviluppano lungo le pareti laterali dell’edificio.

Entrando, sulla parte destra si sviluppa un itinerario cristologico attraverso tre tappe sintetiche: la natività, la passione, la resurrezione.

In maniera analoga sulla rete sinistra si sviluppa il percorso antropologico del discepolo a cui i fedeli sono rimandati per un itinerario spirituale. la figura spirituale di riferimento è San Francesco non solo per la felice circostanza degli 800 anni dalla sua morte (e del relativo Giubileo che Papa leone XIV ha indetto per questa speciale occasione), ma soprattutto per l’evidente significato di questo Santo per tutta la storia della Vita Cristiana, intesa come MEMORIA CHRISTI. Anche il discepolo è chiamato a rivivere LA NASCITA al Regno dei Cieli, ad attraversare LA PASSIONE, che come Francesco rende il discepolo immagine vivente del Signore (stimmate), e lo apre alla Vita Eterna.

Natività

Olio su tela di Raffaele Casnedi – Metà ‘800

L’opera presenta una scena intima e raccolta della Sacra Famiglia allargata, in cui la Vergine sostiene il Bambino, mentre il piccolo San Giovanni Battista si avvicina in atteggiamento devoto. Le figure di Sant’Anna ed Elisabetta completano la narrazione, costruendo un dialogo familiare e teologico che unisce generazioni e prefigura il destino salvifico di Cristo.

Il gesto del piccolo Giovanni Battista, accompagnato da uno sguardo adorante, che introduce un riferimento anticipato alla Passione. Le figure femminili, poste lateralmente o in secondo piano, ampliano il significato dell’immagine: non solo maternità, ma trasmissione spirituale e genealogica della fede in Cristo Salvatore.

Benché sia una copia dell’originale di Van Dyck, il dipinto conserva nel suo complesso un tratto originale e pregevole del Casnedi.

La Flagellazione

Olio su tavola – 95×73 cm
Prima metà del ‘500 – Scuola lombardo-emiliana

La scena rappresenta Cristo legato a una colonna, seminudo, con un panno bianco ai fianchi. Attorno a lui si muovono più aguzzini, colti nell’atto di colpirlo con fruste o bastoni. Sullo sfondo si apre un’architettura classica con colonne e arcate, illuminata da una luce dorata che contrasta con la violenza dell’azione.

La composizione è ordinata, costruita secondo una prospettiva rinascimentale, con figure solide e ben modellate. Questi elementi sono tipici del Rinascimento maturo.

Inoltre l’uso della tavola come supporto e della tecnica a olio è tipico della produzione italiana attorno al 1500, in un momento di transizione tra la tradizione quattrocentesca e le innovazioni del pieno Rinascimento. La tavolozza usa terre, ocra, rossi laccati, blu smaltati: colori tipici del periodo in cui la Flagellazione era un tema molto diffuso e trattato con equilibrio tra naturalismo e classicismo.

La scena è costruita con equilibrio: colonna centrale come asse prospettico, figure disposte in modo simmetrico o bilanciato, architettura classica che incornicia l’episodio. Elemento centrale dell’iconografia è la colonna che rappresenta il simbolo della fermezza di Cristo, riferimento alla tradizione classica, asse prospettico della composizione. Questi elementi rimandano alla cultura rinascimentale, attenta all’ordine e alla razionalità.

Gli aguzzini rappresentano la violenza umana e il peccato. Nel 1500 non sono caricaturali: sono uomini comuni, realistici, per sottolineare la responsabilità universale dell’umanità. Le figure degli aguzzini sono energiche ma non esasperate: muscolature definite ma non barocche, gesti dinamici ma controllati, espressioni realistiche. Cristo mantiene una compostezza “classica”, tipica del Rinascimento, che unisce sofferenza e dignità.

La luce complessiva è diffusa, chiara, non drammatica: modella i corpi con morbidezza e illumina l’architettura sullo sfondo, evitando contrasti violenti.

L’episodio è narrato nei Vangeli: Matteo 27,26 – Marco 15,15 – Giovanni 19,1 e rappresenta la sofferenza innocente del Cristo, il compimento delle profezie del Servo sofferente (Isaia 53), l’obbedienza totale alla volontà del Padre e l’inizio del sacrificio redentivo. Nel Rinascimento, l’immagine invita alla meditazione personale e alla compassione. La luce dorata sullo sfondo è simbolo della presenza divina che non abbandona il Figlio nel momento della sofferenza.

Cristo Risorto – Il Buon Pastore

Olio su tela – 90×76 cm
Seconda metà del ‘600 – scuola bolognese post-reniana

La scuola bolognese del Seicento di Guido Reni rielabora i canoni classici e sviluppa un linguaggio pittorico fondato su un’idealizzazione classica del corpo, una spiritualità dolce e luminosa.

L’assenza degli attributi ascetici che caratterizzano l’iconografia classica del Battista, la scena contemplativa, l’uso del fondo scuro neutro, il concentrarsi sulla bellezza ideale, tendono ad eliminare gli elementi più “selvatici” del Battista e aprono lo spazio a una lettura cristologica. Questa “pulizia iconografica” evidenzia un Cristo idealizzato.

Il corpo come “corpo glorioso” idealizzato diventa il corpo trasfigurato dalla vittoria della resurrezione, con un aspetto giovanile e quasi apollineo.

Il drappo rosso come simbolo pasquale nella tradizione bolognese, è colore della Passione e colore della vittoria sulla morte segno della resurrezione.

La croce diventa segno della vittoria sulla morte.

L’agnello è contemporaneamente Cristo stesso, è Agnus Dei, vittima sacrificale, compimento della profezia del Battista, ma anche simbolo del Buon Pastore, vero compimento del mistero pasquale.

La scuola bolognese ama queste immagini contemplative dolci idealizzate adatte alla devozione privata: un Cristo risorto giovane, sereno, accompagnato dall’agnello come simbolo del sacrificio superato. Questa sensibilità, dove è impressa l’immagine devozionale del Redentore, è perfettamente in linea con la libertà iconografica del Seicento bolognese. Sulla base dei criteri stilistici e iconografici, la datazione più coerente è il 1650 -1700 (seconda metà del Seicento) e comunque tutto, nel dipinto, parla la lingua della scuola bolognese post-reniana.

Transito di San Francesco

Olio su tela di Carlo Manzi – XIX sec.

Il Transito di san Francesco (il momento della sua morte avvenuto la sera del 3 ottobre 1226) è il momento in cui il discepolo nasce alla vita eterna piena con il Padre. L’aggiunta dell’ultima strofa del Cantico delle Creature, Francesco la compose dedicata a “Sora nostra Morte corporale” proprio negli ultimi giorni di vita, mentre i medici lo avvertivano della fine imminente. La morte come “porta”, come una sorella che accompagna l’anima a Dio. Definendo la morte “sorella”, Francesco scardina la visione medievale del memento mori (terrore del giudizio). Durante il Transito, Francesco volle essere deposto nudo sulla terra per accogliere questo passaggio in totale povertà e umiltà, trasformando l’agonia in un atto di lode.

L’opera è firmata da Carlo Manzi, pittore milanese attivo nella prima metà del XIX sec. noto per essere stato vicino al pittore Giuseppe Bossi, artista neoclassico dell’Accademia di Brera.

La storia dell’arte ha celebrato il Transito di san Francesco trasformando il dolore della perdita nella gloria della “Sorella Morte” cantata dal Santo.

Giotto – Morte e ascensione di san Francesco (1295-1299 ca.) – Basilica Superiore di Assisi

Giotto – Esequie di san Francesco (1325 ca.) – Basilica di Santa Croce a Firenze

Domenico Ghirlandaio – Esequie di san Francesco (1482-1485) – Cappella Sassetti nella Chiesa di Santa Trinità a Firenze

Caravaggio – San Francesco in estasi (1594-1595 ca.) – Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford, Connecticut (USA)

“Passio” di San Francesco

Olio su tela, 115×88 – 1848
Scuola comasca – Donazione Piazzi

S. Francesco è rappresentato come un “Alter Christus” (altro Cristo) perché rivive in sé tutto il Vangelo del Signore fino alla sua Passione, vissuta in modo totale fino alla condivisione fisica delle sofferenze del Signore, simboleggiata in particolare dalle stimmate ricevute sulla Verna. Una profonda identificazione spirituale e fisica con Cristo, vivendo il Vangelo in modo radicale. Non solo ha predicato, ma ha reso visibile nella sua carne la povertà e l’umiltà di Gesù (Imitator Christi – cfr. l’Imitazione di Cristo) nel contesto del suo tempo.

Il discepolo allora diventa Memoria Christi (Memoria di Cristo), cioè attraverso la sua vita, Francesco ha riattualizzato il Vangelo. Così ogni battezzato, in virtù della Consacrazione Battesimale, è chiamato a diventare oggi Memoria Vivente del Signore Risorto.

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Tra le altre opere significative c’è il dipinto raffigurante San Gaspare del Bufalo maestro della devozione al Preziosissimo Sangue a cui è dedicata la comunità parrocchiale, simmetricamente è esposta la tela della Madonna del Preziosissimo Sangue che San Gaspare ha commissionato per i suoi confratelli da utilizzare nelle Missioni popolari.

San Gaspare del Bufalo

Olio su tela – XIX sec.

L’iconografia classica di San Gaspare fu definita subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1837.

Il Calice Radiante è l’attributo principale del Santo. Rappresenta la sua profonda devozione al “Preziosissimo Sangue di Gesù”, che considerava il fulcro della Redenzione e della Misericordia Divina.

Il Crocifisso Missionario appeso al collo tramite una catena, è il simbolo del suo ministero di predicatore itinerante. San Gaspare è infatti noto per aver girato l’Italia (specialmente il Lazio e l’Umbria) per evangelizzare. Indossa la veste tipica del clero secolare dell’epoca, con la fascia in vita.

Sullo sfondo il Calvario: la croce vuota sullo sfondo richiama il sacrificio di Cristo, tema centrale delle sue missioni popolari.

Madonna del Preziosissimo Sangue

Olio su tela – XIX sec.

L’opera originale fu commissionata da San Gaspare nel XVIII secolo (probabilmente tra il 1780 e il 1800) alla scuola di Pompeo Batoni.

Il Bambino Gesù, in braccio alla Vergine, tiene nella mano destra il Calice. Questo dettaglio fu aggiunto su richiesta di San Gaspare intorno al 1815, anno di fondazione della sua Congregazione.

Questo gesto simboleggia l’offerta del Suo Sangue per la Redenzione dell’umanità. San Gaspare portava sempre con sé questa immagine nelle sue missioni popolari e divenne il simbolo visivo della sua predicazione, tanto da essere identificata anche come “Madonna delle missioni” o “Madonna del Calice”.

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La Pietà

Bronzo di Arrigo Minerbi – XX sec.

Questo tema classico della pietà pasquale cristiana (cfr. Pietà di Michelangelo, Basilica di san Pietro in Vaticano) ritrae la Vergine Madre che sorregge il Cristo dopo la sua crocifissione.

L’opera raffigura i volti di Maria e Gesù in una espressione di dolore e compassione e invita il cristiano alla meditazione sul sacrificio di Cristo e il dolore della Madre. La composizione è intima ed esprime in modo potente il legame tra la Madre e Cristo, anche nel dolore, ed evidenzia la profonda unione, anche fisica, fino ad una profonda fusione di sentimenti (cfr. Pietà Rondanini, Michelangelo, Castello Sforzesco, Milano) che caratterizzano il Sacrificio Pasquale che salva la nostra umanità.
L’opera invita alla preghiera e alla contemplazione di questo Mistero.

Paolo VI

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